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FRATELLI CAPITOLO V
La primavera era venuta, i monticelli di neve si erano sciolti, il vento soffiava dolcemente, la terra cominciava a verdeggiare e la betulla metteva le foglie. I fratelli sono in procinto di sgomberare da Jukola a Impivaara. Avanzano per un sentiero del bosco petroso e serpeggiante, il fucile a tracolla e sul dorso la cesta di scorza di betulla con le munizioni. Davanti va Gianni e al suo fianco i grandi cani ringhiosi Killi e Kiiski. Dietro a loro avanza, tirando il carretto, Valko, il vecchio cavallo guercio dei fratelli di Jukola, guidato da Timoteo. Gli altri fratelli seguono il carico, fucile a tracolla e i sacchi sul dorso, pronti ad aiutare Valko, nei passi più difficili della strada. Ultimo viene Rico, tenendo in braccio il superbo gallo di Jukola, dal quale i fratelli non avevano avuto cuore di separarsi, e che avevano preso perchè desse loro la sveglia nelle solitudini di Impivaara. Sul carro si vedevano una cassa, trappole da lupi e da volpi, una pentola e, in questa, due zuppiere di quercia, un cucchiaione, sette cucciai e altri utensili dell'arte culinaria. La pentola aveva per coperchio un ruvido sacco, pieno di piselli, e in cima a questo, in alto, si dibatteva e miagolava, in un sacchetto, il vecchio gatto di Jukola. Così lasciavano i fratelli la loro antica casa, se n'andavano tristi e silenziosi lungo il difficile sentiero petroso. Il cielo era limpido, l'aria calma e il disco del sole scendeva già verso occidente. GIANNI. L'uomo è un navigatore nel mare burrascoso della vita. Così anche noi ora navighiamo lontano dal nostro cantuccio natio, navighiamo sulla nostra nave a ruote, attraverso i boschi dai sentieri tortuosi, verso l'isola scoscesa di Impivaara. Ah! TIMOTEO. Non ci manca molto che io m'imbratti di lacrime le guance, povero ranocchio che non sono altro. GIANNI. Non mi meraviglio, guardando nel mio cuore in questo momento doloroso. Ma che giova? In questo mondo il cuore del l'uomo deve essere duro come un sasso. Il figlio dell'uomo è nato viaggiatore quaggiù e non vi permane eternamente. TIMOTEO. Qui egli erra per un po' di tempo, si dondola e ciondola, finchè da ultimo s'intorpidisce e crepa come un ratto ai piedi di un muro. GIANNI. Ben detto, saggiamente parlato. SIMEONE. E se tutto stesse qui, ma dopo? GIANNI. Dopo, vuoi dire che viene la domanda sui nostri talenti, vero? TIMOTEO. Allora sarà venuto il momento di dire senza frode e senza falsità: eccomi, Signore, ed ecco il tuo talento. SIMEONE. L'uomo dovrebbe sempre ricordarsi della sua fine, ma si è indurito. GIANNI. Indurito, indurito, non si puè negare; ma, Dio mio, siamo tutti così sotto il cielo. Sforziamoci pertanto di vivere in avvenire come sì conviene a uomini pii, quando una volta saremo riusciti a installarci nella nostra pacifica e tepida dimora. Fratelli, facciamo un 116 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V serio patto di cacciare via tutti i capricci colpevoli, tutta l'ira, le liti e l'odio dal nostr6 nido. Via l'ira, l'odio e l'orgoglio. Rìco. E il fasto! GIANNI. Già! Rìco. E l'eleganza peccaminosa. GIANNI. Già! RICO. E i calessi a molla e tutti i bei ninnoli domenicali. GIANNI. Che? che dici? SIMEONE. Canzona di nuovo. GIANNI. Me n'accorgo. Guarda che non ti prenda per la collot tola; cioè, se badassi alle ciance di un babbeo, ma allora non sarei un uomo, non lo sarei dàvvero. Come tieni, maledetto orsachiotto del diavolo, codesto gallo? Perché grida codesta povera bestia? RICO. Gli ho soltanto aggiustata un'ala che pendeva. GIANNI. T'aggiusto io subito. Guarda che non ti prenda per la collottola. Sappiate che questo è il miglior gallo di tutta la nostra cir coscrizione nell'esercizio delle sue funzioni; sempre esatto e degno di fede. La prima volta canta alle due, la seconda alle quattro, che è l'ora migliore per alzarsi. Questo gallo ci svagherà molto nella soli tudine. E il gatto là in cima al carico. Povero Matteo! Ti dondoli e ciondoli e sbirci dal bùco del sacco, miagolando lamentosamente... «Oh mio povero micino, sei ridotto a lumicino ! ...~». Non hai più molti giorni da campare su questa terra. La vista ti si e gia indebolita e il tuo miagolio è rauco. Ma forse ti rimetterai ancora, quando potrai a~rrare i grossi topi di bosco per la nuca. Lo spero. E voi, Killi e Kiiski, mi fate più pena di tutti. Come noi, siete nati, cresciuti e vissuti a Jukola, cresciuti come nostri fratelli. Ah! come mi guardate con ardore! Sì, Killi, sì, Kiiski caro, sì! Dimenate la coda con tanta gioia. E non sapete che noi ora lasciamo la nostra bella casa! Poverini! Mi vien da piangere, mi viene. TIMOTEO. Pensa a quel che mi hai consigliato dianzi. Bisogna. che tu t'indurisca il cuore, t'indurisca il cuore. GIANNI. Non posso, non posso nel lasciare la mia casa adorata. MASO. Sì, questo giorno è terribile, ma, presto, a Impivaara avremo un'altra casa che forse ci diventerà altrettanto cara. GIANNI. Che dici, fratello mio? Nè in terra nè in cielo c'è un luogo caro come quello dove siamo nati e cresciuti e sul cui suolo ci siamo ruzzolati piccoli quando avevamo i baffi di latte. ABRAMO. Certo il momento del distacco ci spezza il cuore; poiché anche alla lepre è caro l'arbusto dove è nata. GIANNI. Come diceva già la lepre maclre quando, accorgend6si di essere di nuovo pregna, ordinò al suo piccolo di andarsene, di andar sene per cedere il posto al fratellini venturi? TIMOTEO. «Mettiti in viaggio, figliolino mio, piccolino mio, e ricordati sempre quello che ti dico: dov'è ramo, là tagliola; dove buco, trappola». GIANNI. Così diceva al suo piccolo, e il leprotto se n'andò saltei lando; saltellò e sgambettò lungo i pascoli e i bordi della landa, sgambettò labbro4esso con una smorfia innocente. Così se n'andò dalla sua casa e triste era la luce della sera. Rìco. Era Giannino-lepre. GIANNI. Sia quel che si vuole. Se n'andò da casa come ce ne andiamo anche noi. Stai bene, casa! Vorrei baciare la tua soglia, il tuo mucchio di letame. ABRAMO. Sì, fratelli. Ma cerchiamo di cacciar via questo buio dal l'anima. Presto avremo un lavoro e un còmpito arduo, presto i tronchi scricchioleranno, le scuri faranno risuonare i loro colpi, e verso il cielo 118 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V si alzerà una solida casa sui pascoli di Impivaara, fra i boschi sel vaggi. Guardate! Entriamo già nei boschi maestosi tra il fremito degli abeti. Così parlavano fra loro, nel viaggio attraverso la cupa foresta. Poi, a poco a poco, il terreno si elevò e la via s'inerpicò serpeggiando verso un altipiano boschivo chiamato Teerimàki. Qua e là si scorge vano le punte salienti delle rocce copeiÈte di muschio, simili nella forma, a lastre sepolcrali di giganti, intorno a cui fremevano bassi e tozzi pini. Il carro e le spalle del vecchio Valko sobbalzavano fortemente per la via petrosa dove l'occhio, in certi punti, poteva appena distin guere gli antichi solchi delle ruote. La via saliva sulla collina perché sui due fianchi si stendevano paludi senza fondo. I fratelli facevano del loro meglio per alleggerire il peso del vecchio cavallo guercio. Finalmente pervennero ìn cima alla collina, fecero riprendere fiato un momento a Valko e guardarono le pianure del mondo al di sotto di loro. Il loro occhio scorse i villaggi lontani, i prati, i campi, i laghi bluastri e l'alto campanile della chiesa al confine occidentale del bosco. A sud, sul pendio di un'altura, s'in travvedeva la fattoria di Jukola come la terra della felicità perduta; ~ pensieri tristi colmarono di nuovo il petto dei fratelli. Ma essi volsero infine gli occhi verso nord-vest dove si scorgeva l'alto Impivaara, il suo brusco pendio, le cupe grotte e i pini barbuti, lacerati dalle tempeste, che si ergevano sui fianchi del monte, alle cui radici videro tina bella prateria sparsa di pedali, loro futura dimora, e, al di sotto, una foresta che avrebbe dato loro tronchi robusti per costruire la casa. Videro tutto questo, videro fra i pini il chiaro lago di Ilvesjirvi e il sole splendente che illuminava, nel tramonto, il pendio nord~vest del monte e un giulivo raggio di speranza sfolgorò nei loro occhi e risollevò i loro petti. Si misero di nuovo in cammino e, con sempre maggior iena, si a~rettarono verso la nuova casa. La collina si abbassava ed essi andavano verso la landa sotto il colonnato dei pini, dove la braghiera, l'edera e i fili d'erba secca a poco a poco nascondevano la terra risonante. Seguì poi una via sab biosa e ben costruita dalla mano dell'uomo che portava dalla fattoria di Viertola alla chiesa; l'attraversarono, tenendo la propria strada fra i boschi, la quale seguiva il fianco della collina. ABRAMO. Questa è la landa in cui, come raccontano i vecchi, c'era una volta la sala del tribunale dei serpenti. Giudice era il loro re, un serpente bianco, che si vedeva ben raramente, e che aveva in capo una corona preziosa e incomparabile. Ma un coraggioso cavaliere una volta gliela rapi, come racconta una storia. E Abramo narro loro là storia seguente, mentre essi scendevano dalla sommità della collina verso la deserta palude di Sompio. «Venne una volta un cavaliere e vide sulla landa il re dei serpenti che aveva in capo una corona raggiante. Egli spinse il cavallo contro di lui, tolse con la punta della spada la corona di testa al re, spronò il cavallo come il vento e corse via col suo tesoro. Ma non furono tardi nemmeno i serpenti; si dettero subito furiosi ad inseguire lo sfrontato brigante. Corsero sibilando, acciambellati, e mille cerchi rotolarono così dietro il cavaliere come un disco gettato dai ragazzi rotola sulla strada maestra. Ben presto raggiunsero il cavaliere, si ammassarono tutti ai piedi del cavallo, gli saltarono in groppa e grande era il pericolo del cavaliere. Disperato, buttò loro come esca il suo cappello, che essi subito fecero a pezzi e mangiarono rabbio samente. Ma tale espediente non giovò a lungo al cavaliere, chè ben presto i serpenti si rotolarono di nuovo dietro a lui e la sabbia turbi- 120 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V nava alta sulla via. Con sempre maggiore foga spingeva l'eroe il suo ansante cavallo; a fiotti scorreva il sangue dai fianchi lacerati del superbo stallone e dalla bocca gli sgorgava una schiuma fremente. Il cavaliere fuggi nella foresta, ma la foresta noh ostacolò la corsa dei suoi nemici. Incontrò un torrente; si gettò con fragore nel vortice e ben presto il cavallo lo portò all'altra riva. Anche i serpenti incon trarono il torrente e, col fragore di molte cascate, si tuffarono in seno alle onde e, nuotando con la rapidità della tempesta, lo attraversa rono. Il cavaliere avanzava sempre più, ma la selvaggia banda dei serpenti lo inseguiva tuttavia. Vide egli allora in lontananza un ter reno dissodato che bruciava furiosamente; contro il fuoco spinse il suo cavallo e, avviluppatosi nel mantello inzuppato con l'acqua del torrente, si gittò in seno alle fiamme; ma i serpenti non cessarono nemmeno un istante il loro inseguimento. Così l'eroico cavaliere del cielo fende le nubi dorate. Ancora una volta egli spinse gli speroni nei fianchi del cavallo e ancora una volta si slanciò avanti; ma. allora cadde il cavallo andante, dimentico per sempre del giuoco ardente della vita. Il cavaliere era libero, si era salvato dal fuoco e dai suoi terribili nemici; il fuoco infatti aveva arsa la folla innumerevole dei serpenti. E l'eroe, con lo sguardo raggiante, teneva in mano il pre zioso tesoro». ABRAMO. Ecco la storia della corona del serpente bianco qui sulla collina di Teenmàki. GIANNI. Un'azione superba e un uomo ancora più superbo, che strappò la corona dal capo del serpente e finì per conquistarla. Che uomo coraggioso! TIMOTEO. Sono rari quelli che hanno visto questo serpente, ma chi lo vede diventa incomparabilmente saggio, come dicono i vecchi. 4 GIANNI. Si dice anche che chi riesce a prendere questo giudice dei serpenti, in primavera avanti il primo canto del cuculo, lo cuoce e lo mangia, comprende il linguaggio del corvo, e sa ciò che gli accadrà nel futuro. RICO. Si dice ancora: chi fa tutto questo di primavera, dopQ il primo canto del cuculo, intende il linguaggio del corvo e sa tutto ciò che gli è accaduto in passato. GIANNI. Oh, fratello, che sciocchezze dici! Non lo conosce forse ognuno il passato, senza aver mangiato nemmeno un briciolo di carne di serpente? Guardate, ora Rico ci ha mostrato esattamente quel che vale in fatto di logica; una stupida pecora sa quel che gli è accaduto in passato. È possibile un'idea del genere nel cervello di un uomo? Oh povero ragazzo! ABRAMO. Lascia andare, Gianni: ha detto una bestialità o ha vo luto di nuovo fare lo spiritoso; fa lo stesso, ma in ogni caso ha espresso un'idea curiosa. Proviamo a esaminare la sua parola e credo che ci si possa pe scare qualcosa di saggio. Conoscere quel che è accaduto è, da un certo punto di vista, una gran saggezza. Se tu distingui con esattezza quale seme abbia prodotto frutti utili e quale dannosi, nei giorni passati, e regoli la tua vita, il tuo lavoro e la tua condotta in con formità di ciò, sarai un uomo saggio. Se i nostri occhi si fossero aperti più presto, credo che ora noi non andremmo in giro come degli emigranti. GIANNI. Come dei lupatti senza tetto. MASO. Ciò che abbiamo perduto a Jukola, lo riprenderemo sui pascoli di Impivaara. Qui tutti, ognuno spinga il carico per aiutare il nostro Valko finché dura la palude. Qua tutti! Le ruote del carro s'affondano di un palmo nel terreno limaccioso. 122 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V Così parlando fra loro, erano scesi dalla collina, avevano attra versata la vasta prateria di Matteo di Seunala, poi, per un'ampia abe tina, erano arrivati al bordo della palude di Sompio. Questa palude aveva un aspetto triste; sulla sua superficie si avvi cendavano stagni fangosi, isolotti muscosi, coperti di mortella di palude e qua e là una betulla bassa e languente piegava triste il capo sotto il vento della sera. Nel centro la palude era più stretta e anche la terra più dura e più compatta. Ivi crescevano pini nani, rivestiti di muschio e, sugli isolotti, arbusti di rosmarino di un verde scuro e fortemente odoranti. E su questa striscia di terra, una strada difficile portava all'altra riva della palude dove ricominciava il bosco cupo. Lungo questa via andavano ora i fratelli attraverso la palude. Gli uni tiravano le stanghe ai lati di Valko, gli altri spingevano il carro. Finalmente, a stento, raggiunsero il bordo della palude e anda rono di nuovo sulla terra asciutta per una via del bosco ingombra di radici che durò circa cinquecento passi. Finalmente splendè dinanzi a loro la vasta prateria, pianeggiante, coperta di ceppi; erano giunti nel luogo prefisso, sotto il monte cavernoso. Là anticamente il loro nonno, celebre dissodatore, aveva colti vato terreni e affumicato grosse carbonaie. Intorno a questo monte aveva diboscato e dissodato molti terreni, erpicato col suo erpice di rami secchi molta nera terra seminata e finalmente riposto nel suo granaio il raccolto abbondante. Un monte di detriti, al limite della prateria, mostrava ancora il posto del suo granaio boschivo, donde portava a casa il grano bell'e pronto, lasciando la paglia e la pula da mettere nelle slitte invernali; a un tratto di strada dai detriti del gra naio, al confine fra la prateria e il bosco, si vedeva il fondo nero di una grossa carbonaia dove egli aveva ridotto in carboni crepitanti i tronchi del dissodamento. Qui l'antico e vigoroso padrone di Jukola aveva lavorato e corso sotto l'ardore di molto sole e si era asciugato molte perle di sudore sulla fronte. Di notte riposava in una capanna dal tetto d'erba, di guardia alla sua carbonaia; e questa stessa capanna ora i fratelli avevano scelto per abitazione provvisofla. La prateria cosparsa di ceppi, è ampia, ma, oltre i suoi bordi l'occhio non può spaziare, poiché a levante, a mezzogiorno e a ponente i boschi sbarrano la vista e a nord un alto monte. Ma se stai sulla cima di questo monte, incoronato di rari pini, il tuo occhio può spaziare in lontananza in tutte le direzioni. A mezzogiorno vedi prima, ai tuoi piedi, il dolce pendio della prateria di cui abbiamo parlato; più lontano la cupa boscaglia e, dietro a questa, la palude di Sompio e laggiù all'orizzonte, si alza la collina bluastra di Teerimàki; a nord, la montagna s'abbassa a poco a poco e sul suo dolce declivio, che un tempo era anch'esso dissodato e coltivato, cresce un giovane e folto bosco di betulle, sui cui glabri sentieri i galli di montagna saltellano e le gallinelle fischiano in tono melanconico. A oriente si vede una piatta landa col suo pineto e a occidente un terreno aspro e coperto di rocce muscose, e qua e là, su un'elevazione rivestita di muschio, un pino basso ma robusto e folto. Dietro ai pini brilla il lago di Ilvesjirvi, lucente e ricco di pesci, a circa mille passi dalla pra teria. E non scorgi quasi altro, per quanto tu guardi lontano, che il mare cupo dei boschi che ti circonda da tutte le parti. Puoi vedere veramente il cupo profilo della prateria di Viertola a nord-est e in lontananza, a nord-ovest, al confine del cielo, la torre grigia della chiesa. Tale era la regione e i dintorni scelti dai giovani di Jukola per loro dimora. 124 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V I fratelli, quella sera, si erano fermati presso la capanna del carbonaio, avevano staccato io stanco Valko e lo avevano lasciato andare al pascolo con un campano al collo e avevano fatto un alle gro fuoco sulla prateria con ceppi e rami secchi. Simeone cucinò delle aringhe, delle rape e della carne di bove per la cena comune e gli altri si affaccendarono intorno al carro scaricando e portandp ogni oggetto e ogni utensile a suo posto. Fatto ciò, quando il cibo fu pronto, essi si sedettero sulla prateria per cenare, e il sole era calato dietro i monti. SIMEONE. Ecco il nostro primo pasto nella nuova casa; ci possa portare la felicità e la pace di Dio per tutti gli altri che faremo qui. GIANNI. Che la felicità, una superba feliatà ci accompagni sem pre qui, in tutti i lavori e le faccende che le nostre mani esegui ranno. ABRAMO. Vorrei dire una cosa importante. GIANNI. Schiudile i penetrali del tuo cuore. ABRAMO. Un corpo senza testa non val niente, dico io. GIANNI. Dà solo dei picchi contro le pareti come una gallina senza testa. TIMOTEO. Anche con la testa, se è invasata dal demonio, salta così, così, di qua e di là, di qua e di là. Lo facevano spesso le galline della vecchia del pineto, e allora lei diceva che delle frecce magiche volavano nell'aria. GIANNI. Ma parla chiaro, Abramo. ABRAMO. Ecco il progetto che ho nel cervello: se vogliamo fare qui qualcosa di degno, uno di noi deve sempre essere il capo, colui che dirige le nostre deliherazioni, l'arbitro delle nostre controversie. Per farla breve, ci deve essere uno solo la cui voce domini per man tenere l'ordine. GIANNI. Io qui sono il più vecchio. ABRAMO. Tu sei il primogenito della schiera di Jukola e quindi ne hai anche il diritto. GIANNI. Io sono il primo della fila, e saprò anche esigere da voi t'obbedienza. Purché soltanto obbediate. ABRAMO. È giusto e conveniente. Ma negli affari comuni, dovremo sentire sempre la parola di ognuno. GIANNI. Ascolterò sempre e volentieri specialmente il tuo consiglio. Ma io sarò il primo. ABRAMO. Certo! Ma che castigo infliggere a colui che si mostrerà recalcitrante e irrimediabilmente ostinato? GIANNI. Lo ficcherò in una caverna del monte e porterò un cumùlo di pietre di circa un quintale per chiudere la bocca della porta. Lui starà là un giorno o due, a seconda che lo esigeranno i fatti e le circostanze. Sì, si succerà le unghie; pensando a ciò che possa giovare alla sua pace(1). RENZO. Io non sono favorevole a questo sistema. MASO. Nemineno io. TIMOTEO. Sono forse un tasso dalle gote striate, la cui dimora è una grotta che sa di tanfo? Macchè. GIANNI. Cominciate a ribellarvi. MASO. Questo sistema di punizione non può andare, non può. TIMOTEO. «Non può andare», dice il proverbio. Io non sono un tasso. GIANNI. Però comportati sempre da uomo saggio e retto per evi tare lo spaventoso castigo della mia collera. TIMOTEO. Ma io non sono nè un tasso nè - un lupo. Nemmeno 126 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V y un orso o un ratto! Doyresti vergognarti. «Vergognati, briccone, disse Lapo a Jacopone!». Eh, eh! ABRAMO. Posso parlare anch'io? GIANNI. Volentieri, che vuoi dire? ABRAMO. Che non approvo questo sistema di castigo che tu vorresti istituire fra noi, lo trovo troppo rozzo e troppo bestiale tra fratelli. GIANNI. Non l'approvi? Non l'approvi? Non l'approvi proprio? Dimmi allora un sistema più saggio, poiché io non so mai afferrare quel che è giusto e quel che non lo è. ABRAMO. Non lo dico. GIANNI. Esponi tu un sistema nuovo e accettabile, tu che sei il sapiente di Jukola. ABRAMO. Sono ben lontano dal meritare tale epiteto. Ma questo... GIANNI. Il sistema, il sistema! ABRAMO. Questo e... GIANNI. Il sistema, il sistema. Esponi questo saggio sistema! ABRAMO. Sei pazzo? Gridi come se avessi il fuoco nei pantaloni. Perché sbraiti e dimeni la testa come un gufo? GIANNI. Il sistema! Grido forte, questo sistema nuovo di zecca e vecchio e saggio! Dillo e io ascolterò in silenzio come una carpa il gracidare della rana. ABRAMO. Ecco il nuovo progetto: colui che disprezzerà i consigli e i rimproveri, mostrandosi sempre maligno e seminando fra noi il germe della discordia, sarà escluso dalla nostra alleanza e cacciato via. MASO. Sia questa la regola. RENZO. L'approvo. TIMOTEO. Anch'io. SIMEONE. L'approviamo tutti all'unanimità. GIANNI. Ehm! È deciso. E ricordatevi: chi, d'ora innanzi, sarà restio, gli daremo in mano il passaporto della lepre, un calcio nel sedere e marche! A che lavoro mettiam mano domani, o negri? Certo io vi insegnerò. ABRAMO. Sei un po' arrabbiato; ma questo non turberà la nostra calma e serena gioia di stasera. GIANNI. Cosa cominceremo a fare quando il giorno si leverà? ABRAMO. Naturalmente la prima cosa è di costruirci una casa. GIANNI. Certo. Domani, di buon'ora, quattro uomini, con l'ascia in mano, andranno ognuno da un angolo della costrazione e questi quattro saranno: io, Maso, Simeone e Abramo. Gli altri ci sboz zeranno e ci faranno rotolare qui i tronchi. E quando la casa e una piccola dispensa saranno pronte, ragazzi, si va a cacciare e a pescare per mettere insieme provviste. Ricordatevelo! Allora essi finirono il loro cibo e andarono a dormire nella ca panna del carbonaio. Venne la notte, una notte di maggio nuvolosa ma calma. Nel bosco una civetta gridava con la sua voce rauca; nel lago di Ilvesjàrvi le anitre schiamazzavano e di quando in quando si udiva di lontano il fischio stridulo dell'orso. Ma il sonno dalle ali leggiere non andava a visitare i fratelli nella capanna. In silenzio, ma, girandosi ora su un fianco ora sull'altro, medi tavano sul corso del mondo e le vicissitudini della vita. ABRAMO. Credo che nessuno abbia ancora chiuso occhio. GIANNI. Timoteo dorme già placidamente, ma noialtri ci rivol tiamo e ci dimeniamo qui come salsicce in una pentola che bolla. Come mai siamo così svegli? ABRAMO. Il cammino della nostra vita ha fatto una svolta brusca oggi. GIANNI. Perciò sono inquieto, molto inquieto. 128 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V SIMEONE. Il mio cuore è triste Chi sono io? Un figliol prodigo. GIANNI. Ehm! Un agnello smarrito nel deserto. SIMEONE. Abbiamo lasciato i nostri vicini e il nostro prossimo cristiano. MASO. Si è qui e ci si starà finché si troverà carne fresca nel bosco. ABRAMO. Tutto riuscirà bene se agiremo sempre con buon senso. SIMEONE. Una civetta urla là nel deserto e il suo grido non pre sagisce nulla di buono. Preannunzia incendio, lotte sanguinose e delitti, come dicono i vecchi. MASO. Gridare nel bosco è il suo mestiere e non significa nulla. RICO. Ma qui c e un casale, la fattoria dal tetto d'erba di Im pivaara. SIMEONE. Ora l'annunziatrice ha cambiato sede, grida là in cima al monte. Là, un tempo, come racconta una leggenda, la «vergine pallida» implorava il perdono dei suoi peccati, pregava tutte le notti d'inverno e d'estate. GIANNI. Da lei questo monte ha preso il suo nome di Impivaara (1). Ho sentito una volta, quand'ero bambino, questa storia, ma mi è sparita quasi tutta dalla memoria. Caro Abramo, raccon tacela tu per far passare questa notte triste. ABRAMO. Timoteo russa come un vecchio; lasciamolo in pace; la racconterò per voi. Allora Abramo raccontò ai suoi fratelli la storia della «vergine pallida». Abitava una volta; nelle grotte di questo monte, un terribile orco, terrore e morte degli uomini: aveva due passioni nella vita: contemplare e maneggiare i suoi tesori nei profondi nascondigli delle grotte e bere il sangue umano di cui aveva una sete inestinguibile. Ma egli aveva il potere di commettere le sue violenze solo a nove passi dal monte; e perciò, nelle sue scorribande, doveva ricorrere all'inganno. Poteva cambiare il suo aspetto come voleva; e lo si vedeva andare intorno, ora sotto le spoglie di un bel giovane, ora sotto quelle di una graziosa ragazza, sempre a seconda che era avido del sangue di un uomo o di una donna. La bellezza infernale del suo sguardo soggiogava molti; molti persero la vita nelle orrende grotte dell'orco; così questo mostro allettava le sue vittime infelici. «Era una tiepida notte d'estate: sulla verde landa sedeva un giovane abbracciando la sua diletta che gli posava sul petto come una splendida rosa. Era il loro abbraccio d'addio; poiché egli dovevi partire e separarsi per un po' di tempo dall'amica del cuore. "Mia cara - diceva il giovane - ora vado via da te, ma il sole arriverà appena a levarsi e a calare cento volte prima che io torni". Diceva la raga e di nuovo diceva il giovane: "Come parli bene; ma come mai ho un cattivo presagio? Mia cara, giuriamoci fedeltà eterna al cospetto del cielo ". Ed essi giurarono un giuramento sacro, giurarono al cospetto di Dio e del cielo, e i boschi e i monti ascoltarono senza parlare le loro parole. Finalmente, allo spuntar dell'alba, si abbracciarono un'ultima volta, e si separarono. 130 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V «Il giovane se n'andò, ma la fanciulla vagò a lungo sola nel bosco cupo, ricordando il suo diletto. Mentre andava attraverso un folto pineto, che essere meraviglioso le si fa incontro? Vede un giovane nobile come un principe e bello come quella mattina dorata. Il pennacchio del suo cappello ondeggia e guizza come una lingua di fuoco. Dalle spalle gli scende un mantello azzurro come il cielo e come il cielo sparso di stelle scintillanti. Il suo giustacuore è bianco come la neve e alla vita ha una cintura porporina. Contempla egli la fanciulla e nel suo sguardo si diffonde un amore radioso e la sua voce risuona di gioia quando le parla: "Non aver paura di me, soave fanciulla! Io ti sono amico e ti darò una felicità sconfinata se ti potrò abbracciare solo una volta. Sono un uomo potente, ho tesori e pietre preziose innumerevoli e potrei comprare anche tutto il mondo. Diventa la mia cara; io ti voglio portare in un bel castello e porti accanto a me su un trono splendente". Così egli parlava con voce incantatrice e la fanciulla fu presa da stupore. Ricordò il giuramento prestato poco prima, e si allontanò, ma poi gli si avvicinò di nuovo e uno strano turbamento le afferrò l'anima. Si volse verso di lui, coprendosi il viso con le mani, come davanti allo splendore del sole poi si voltò di nuovo indietro, e finalmente conteìnplò ancora una volta quell'essere meraviglioso. Un'estasi possente si irraggiava verso di lei e all'improvviso la fanciulla cadde fra le braccia del bel prin cipe. Allora egli corse via con la sua preda che, come in delirio, gli riposava fra le braccia. Andavano incessantemente su. ripide colline, attraverso valli profonde e il bosco intorno a loro si faceva sempre più cupo. Il cuore della fanciulla batteva inquieto e il sudore dell'an goscia le scorreva dalla fronte, chè finalmente aveva . scorto come qualcosa di bestiale e di orribile nella fiamma fascinatrice di quegli occhi. Si guardò intorno e veloci passavano i cupi abeti nella corsa veloce del suo rapitore; guardò l'aspetto del giovane e brividi di spavento le corsero per il corpo, ma uno strano rapimento le teneva tuttavia il cuore. «Avanzarono essi attraverso i boschi e finalmente videro l'alto monte e le sue cupe grotte. E allora, quando furono soltanto a pochi passi dal monte, accadde una cosa orribile. L'uomo dalla veste regale, si mutò improvvisamente in un orribile orco: gli sortirono le corna dal capo, sul collo gli si rizzarono peli duri e la povera fanciulla sentì nel suo seno il dolore delle aguzze unghie di lui. Allora l'infelice urlò, si dibattè e lottò nell'angoscia, ma invano. Gridando malignamente l'orco la trasse nella sua grotta più fonda e le succhiò fino all'ultima goccia il sangue. Ma allora accadde un mitacolo: la vita non si dipartì dalle membra della giovane; essa continuò a vivere esangue, bianca come la neve, come uno spettro malinconico della terra dei morti. L'orco vide ciò con stupore, si slanciò contro la sua vittima con le unghie e coi denti e con tutte le sue forze, ma non la potè uccidere. Alla fine decise di tenerla sempre con sè nella notte delle sue caverne. «Ma che servizio poteva ella fare, che profitto poteva trarne l'orco? Le prescrisse di pulire i suoi tesori e le sue pietre preziose e di accumularle davanti a lui continuamente; chè egli non si stancava mai di guardarle con ammirazione. «Così visse per anni la fanciulla pallida, esangue, prigioniera in seno alle montagne. E, la notte, la si poteva vedere pregare in silenzio in cima al monte. Chi le dava quella libertà? La forza del cielo? Tutte le notti nella tempesta, sotto la pioggia, e al freddo pungente, stava in cima al monte invocando perdono per i suoi peccati. Esangue, bianca come la neve, simile a un'immagine, tanto era immobile e silenziosa, stava ella, le mani sul petto e il capo inclinato sul seno. La poveretta non osa levare la fronte verso il cielo nemmeno una 132 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V volta, ma il suo occhio è incessantemente diretto verso il campanile della chiesa, e il lontano limite dei boschi; poiché una voce segreta le sussurrava sempre all'orecchio parole di speranza; benché questa speranza le balenasse come una scintilla lontana mille leghe. Così essa passa la sua notte sul monte e non si ode mai un lamento dalle sue labbra; e mai un sospiro solleva e abbassa il seno della supplice. Così la notte scura passa; ma, allo spuntar del giorno, l'orco spietato la trae di nuovo nelle sue caverne. Cento soli avevano appena finito di illu minare la terra, che il giovane, il diletto della fanciulla, tornò a casa, felice del suo viaggio, ma la sua bella non gli si affrettò incontro a dargli il benvenuto. Domandò dove si trovasse, ma nessuno lo sapeva. Dovunque la cercò, notte e giorno, instancabilmente, ma sempre invano. La fanciulla era sparita senza lasciar traccia, come la rugiada del mattino. Finalmente perse tutta la speranza, e, dimentico della gioia di vivere, vagò ancora qualche tempo quaggiù come un'ombra muta. Una volta finalmente, mentre il sole radioso si alzava, la notte della morte gli oscurò la lucé degli occhi. Ma la fanciulla pallida trascorse anni terribilmente lunghi: di giorno, negli antri dell'orco, forbendo e ammucchiando senza posa i tesori sotto gli occhi del suo crudele aguzzino; mentre le notti le passava in cima al monte. Esangue, bianca come la neve e simile a una immagine tanto è immobile e dolente, essa posa le mani sul petto e reclina la testa sul seno. Non osa levare la fronte al cielo, ma il suo sguardo è sempre diretto al campanile della chiesa e al confine lontano dei boschi. Non si lamenta; nè alcun sospiro solleva o abbassa il seno della supplice (132). «È una pallida notte d'estate. Sul monte sta di nuovo la fanciulla, ricorda il tempo che ha trascorso nella sua dolorosa prigionia e cento anni sono passati dal giorno in cui si è separata dall'amico del suo cuore. Si spaventa, le gira il capo e fredde perle di sudore le scendono dalla fronte sul terreno muschioso; quando si rammenta la lunghezza delle decadi passate, allora osa per la prima volta di guardare in alto e subito scorge una luce meravigliosa che, simile a una stella cadente, le si avvicina dalla lontananza dello spazio. Ma quanto più questa luce le si avvicina, tanto più cambia aspetto. Non è più una stella cadente, ma un giovane trasfigurato, con una spada sfolgorante 'in mano. S'irradia da quel volto una dolcezza nota; il cuore della fanciulla comincia a battere forte, ora che ha ravvisato il suo antico diletto. Ma perché si avvicinava con la spada in mano? La fanciulla si turbò e disse con flebile voce: "Codesta spada metterà fine, una buona volta, al mio soffrire? Ecco il mio seno, giovane eroe, colpisci qui col tuo acciaio corrusco, e, se puoi, dammi la morte che io ho lungamente, lungamente sospirato". Così parlò essa dal monte, ma il giovane non le portava la morte, bensì il dolce sorriso della vita, che, mormorando come il vento odoroso del mattino, cinse la fanciulla. Guardandola teneramente, il giovane la prese fra le braccia, la baciò e subito la fanaulla esangue sentì un sottile fiotto di sangue correrle come un dolce ruscello per le vene, le guance le brillarono quale nube arrossata dall'aurora e la fronte le s'irradiò di gioia. «Allora appoggiò la testa ricciuta sul bràccio del fidanzato, guardò verso il cielo splendente concedendo una tregua al suo seno dopo un dolore di diecine d'anni, e le dita del giovane errarono fra i suoi riccioli dolcemente agitati da una brezza leggera. Bello era il momento della redenzione e il mattino della liberazione. Gli uccelli cinguetta vano fra gli abeti, sui margini del monte selvaggio, e a nord-est si levò 134 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V il disco lucente del sole. Questo mattino era simile a quello in cui, una volta, gli amanti, sulla collina verdeggiante, si erano separati per lungo tempo. «Allora l'orco rabbioso, coi peli ritti per la collera, salì sul monte per riportare la fanciulla nei suoi antri, ma aveva appena allungato le grinfie verso di lei, che la spada del giovane, rapida come il fulmine, gli trapasso' il fianco e il sangue nero zampillò sul monte. La fanciulla torse il capo, premendo la fronte contro il petto dell'a mato, quando l'orco, orribilmente gridando, rese l'anima e cadde giù dal pendio del monte. Così la terra fu liberata da quell'orribile mostro. Il giovane e la fanciulla furono portati in seno a una nube argentea nelle regioni eteree. La fidanzata riposava fra le braccia dell'amato, premendo la fronte sul suo petto, e sorrideva felice. Andavano per lo spazio e giù, nella lontananza profonda, restavano i boschi, i monti e le sinuose ramificazioni delle vallate. E tutto alla fine scomparve ai loro occhi come un fumo azzurrino». Questa fu la storia della «vergine pallida» che Abramo narrò ai suoi fratelli nella capanna di fogliame in quella notte insonne nella prateria di Impivaara. GIANNI. Timoteo si sveglia proprio quando la storia è finita. TIMOTEO. Perché non dormite in pace, ragazzi? GIANNI. Qui si raccontano storie a tutt'andare. Sì, era la storia della fanciulla e dell'orco. SIMEONE. Ma si dice che questo orribile orco sia ancora in vita. Dei cacciatori l'hanno visto; aveva un occhio solo che, nell'oscurità della notte, brilla come un carbone ardente. GIANNI. Che successe diversi anni fa, al vecchio di Kuokkala
che ora riposa in Dio? Una volta, di primavera, mentre era a caccia del
gallo cedrone, e aspettava la mezzanotte, vicino a un braciere qui sul
prato, vide là, alle radici del monte, la stessa luce brillare e
udì una voce che chiedeva senza posa:
TIMOTEO. Sì, ma non ebbe bisogno di dir altro. GIANNI. Racconta, Timoteo, come andò. TIMOTEO. Dopo un momento venne uno scheletro, che faceva le boccacce, nel braciere del vecchio con un enorme fracasso, venne come lanciato da dieci mani d'uomini e spense il fuoco fino all'ultima scintilla. Allora il vecchio afferrò il suo fucile e se la svignò in fretta e furia dalla vista del monte, benché, come ha detto Gianni, fosse di antico stampo e non gli battesse il cuore per nulla. SIMEONE. Siamo tornati di casa in questa dimora di orchi e di diavoli? ABRAMO. Siamo tornati qui e qui abiteremo senza paura. L'orco, se e ancor vivo, è ormai impotente; l'ha dimostrato col suo modo di comportarsi col vecchio di Kuokkala. Tutto quanto ha potuto fare, nella sua rabbia, è stato di spegnere il fuoco, e anche questo col permesso dell'uomo. La sua potenza è stata spezzata per sempre dalla spada del santo giovane. GIANNI. Ma come mi fa compassione la fanciulla nelle tenebre delle caverne, la fanciulla con quel maledetto orco setoloso. SIMEONE. Perché non ha resistito alla tentazione? GIANNI. Ah, ragazzo, non dir così! che faresti tu, per esempio, se ti venisse incontro la figlia di un re in una valle fiorita e tranquilla, bella come una rosa in fiore, ti sgambettasse incontro, vestita di seta, con uno scialle, impomatata, profumata e coperta di lustrini d'oro scintillanti come un pavone; se una pupattola del genere ti venisse 136 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V incontro e volesse abbracciarti e baciarti, cosa farebbe il tuo misero cuore, ti domando io, Simeone? SIMEONE. Io cercherei forza nella fede. GIANNI. Ehm! TIMOTEO. Io non le permetterei di abbracci~mi e ancor meno di baciarmi la bocca. «Allontanati, direi, levàti dai piedi, diavoletto, altrimento prendo un ramo da un arbusto e ti batto tanto che domani avrai la schiena più lustra e variopinta dell'ala di una coccinella». Io farei così senza alcuna pietà. Certo questo gioverebbe. GIANNI. Poverino Credo che ragioneresti diversamente se ti fossi guardato in giro un po' di più in questo mondo, se specialmente fossi stato a Turku. Io ci sono stato una volta, quando ci portai i bovi dalla fattoria di Viertola. Ne ho visto là di meraviglie, e come il fasto e il lusso possono far girare il capo all'uomo. Ohi, ohi, che villaggio rumoroso, che vita spensierata. Qui corrono vetture, là corrono vetture e sulle vetture siedono dei pazzi indiavolati con tanto di baffi; siedono delle ragazze come bambole di porcellana che diffon dono intorno un forté profumo di orì e pomate costose. E guarda qui! Gesù, proteggici! Ecco che salta fuori una graziosa donzella, o signo rina che sia, con piume d'oro. Che collo! Bianco come il latte fresco, e le guance rosse e gli occhi le brillano come due bracieri in pieno giorno, quando le viene incontro un tronfio fannullone col cappello e le falde di un nero lucente che le fa l'occhialetto, Bah! Che il diavolo ti porti! che le fa l'occhietto attraverso un vetrino quadrato che brilla all'occhio sinistro di quel bighellone. Ma guarda ora, per mille diavoli! ora si fanno degli inchini da tutte e due le parti e la putta nella stringe la bocca a cul di gallina e cinguetta come una rondine su un tetto soleggiato, e il moscardino davanti a lei agita la mano e le falde, dondola il cappello e gratta tanto col piede il selciato da farne sprizzar scintille. Ah che divertimento! Ah cari i miei civettoni, pensavo allora io, povero ragazzo, stando sull'angolo della strada, col mio pacco di pelli fresche di bove sulle spalle, e guardavo ridac chiando quei due piccioni che tubavano. MASO. I signori sono pazzi. TIMOTEO. E puerili come ragazzi dal viso imbrattato di latte. E, quando mangiano, si mettono dei cenci nel petto e, mondo cane!, non sanno nemmeno leccare il cucchiaio quando si alzano da tavola; l'ho visto io con questi occhi e con mia gran meraviglia. SIMEONE. Ma per truffare e scorticare i contadini, allora sì che sono uomini! GIANNI. Certo, nel mondo dei signori si trovano molte cose effeminate e ridicole; l'ho osservato nel mio viaggio a Turku. Ma, quando ti si avvicina una donnetta del genere tutta moine, profumata di pomate e il colletto svolazzante non si può far a meno di sentirsi qualcosa muovere in cuore. Sì, sì, ragazzi, le vanità del mondo attirano potentemente; me ne sono avvisto nel mio viaggio a Turku. E dico ancora una volta: compiango di cuore la fanciulla del monte. È già passato del tempo da quando è stata salvata da quell'inferno e naviga col suo amico verso quel porto di pace dove un giorno Dio condurrà anche noi. Con questa speranza cerchiamo di dormire ora. Veramente su questo monte c'è un'altra storia singolare, ma lascia mola per un'altra volta e cerchiamo di dormire, ora. Simeone, va' a coprire le braci con la cenere che io non abbia bisogno domattina di fregare l'acciarino c dar fuoco a una manciata di fieno, ma possa subito battere i tronchi come un picchi9 dal ciuffo rosso. Va', per piacere. Simeone andò a eseguire l'ordine di Gianni, ma ritornò ben presto coi capelli ritti e gli occhi smarriti. Balbettando, egli raccontò 138 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V qualcosa di uno strano occhio cile brillava fuori, vicino al carro. Gli altri si alzarono di scatto, benedissero le loro anime e i loro corpi e uscirono fuori tutti insieme dalla capanna, e i loro capelli somi gliavano a un grovi~io di ramoscelli secchi di betulla. Immobili, muti come statue fissando nella direzione indicata da Simeone, guardarono senza battere gli occhi e videro anch'essi veramente, dietro il carro, una bagliore strano che di quando in quando spariva, ma per riap parire ben presto. Avrebbero potuto prenderlo per l'unico occhio di Valko, ma non distinguevano niente di bianco; al contrario qualcosa di nero, e non si udiva il suono del suo campano. In questi pensieri i fratelli stavano fermi; ma finalmente Maso disse con voce aspra MASO. Che c'è là? GIANNI. Per l'amor di Dio, non cominciare a parlargli così aspra mente! È lui! Che facciamo ora, fratelli? È lui. Che dirgli? ABRAMO. Io non lo so davvero. TIMOTEO. Ora farebbe bene un versetto. GIANNI. Nessuno di noi sa a memoria un sola preghiera? Recitate, cari fratelli, tirate fuori in nome di Dio, quel che ricordate, quel che vi passa per il capo, un passo della Bibbia, anche se non è proprio adatto alle circostanze. Recitate sia pure la parola di un battesimo d'urgenza, cari fratelli. TIMOTEO. Io sapevo uno o due versetti del salterio, ma ora è come se avessi un trave orribile davanti al cervello. SIMIIONE. È lo spirito che non ti permette di parlare, come a me. TIMOTEO. Non me lo permette. GIANNI. È terribile! ABRAMO. Terribile! TIMOTEO. Veramente terribile. GIANNI. Che fare? MASO. Per me, il meglio è di mostrarsi risoluti. Domandiamogli chi è e che vuole? GIANNI. Lascia che glielo chieda io. «Chi sei? chi sei? chi sei e che vuoi da noi?». Non risponde una parola. RENZO. Prendiamo dei tizzoni. GIANNI. «Prenderemo dei tizzoni e ti conceremo per le feste se non ci dici il tuo nome, la tua famiglia e i tuoi affari». RENZO. No, pensavo di colpirlo subito coi tizzoni. GIANNI. Se si osasse. MASO. Si deve morire una volta sola. GIANNI. Già, si deve morire una volta sola. Tizzoni in pugno, ragazzi! Si misero presto in fila, coi tizzoni ardenti in mano a guisa di armi. Davanti stava Gianni, con gli occhi tondi come una civetta, guardando l'occhio dietro il carro che lo fissava con una luce misteriosa. I fratelli stavano così nella prateria deserta con le loro armi scin tillanti e la civetta cantava sugli abeti del monte; dalla desolata palude si levavano lugubri rumori e le nubi scure coprivano la volta del cielo. GIANNI. Quando dirò: su, ragazzi, allora volino i tizzoni dalle vostre mani sul groppone del diavolo. SIMEONE. Ma proviamo ancora un po' con gli esorcismi. GIANNI. Ben pensato. Prima un po' di esorcismi. Ma cosa dovrei dirgli? Dimmelo piano in un orecchio; perché in questo momento mi sento straordinariamente stupido. Suggeriscimi la parola e io gliela getterò così forte in faccia che il bosco ne risuonerà. SIMEONE. Bada allora a quel che ti dico: siamo qui... 140 I SETTE FRATELLI CAPITOLO V GIANNI. Siamo qui! SIMEONE. Come eroi della fede, con spade infuocate in pugno... GIANNI. Come eroi della fede, con spade infuocate in pugno. SIMEONE. Va' per la tua strada... GIANNI. Va' al diavolo! SIMEONE. Noi siamo cristiani battezzati, guerrieri di Dio... GIANNI. Noi siamo cristiani battezzati, guerrieri di Dio. SIMEONE. Benche non sì sappia leggere... GIANNI. Benché non si sappia leggere. SIMEONE. Ma abbiamo la fede lo stesso... GIANNI. Ma abbiamo la fede lo stesso e crediamo fermamente. SIMEONE. Ora vattene!... GIANNI. Ora vattene. SIMEONE. Presto il gallo canterà... GIANNI. Presto il gallo canterà. SIMEONE. E annunzierà la luce del Signore... GIANNI. E annunzierà la luce del Dio degli eserciti! SIMEONE. Mi pare che non se ne dia per inteso. GIANNI. Mi pare che non se ne dia per mt... Già, non se ne dà per inteso, benché io sbraiti come un angelo. Il Signore ci benedica, fratelli! Non resta altro che... Via, ragazzi! Allora tutti gettarono il loro tizzone contro il fantasma che scappò via come una freccia scalpitando sui quattro zoccoli e i carboni ardenti s'intravvidero a lungo sul suo groppone, attraverso le tenebre della notte. Così esso fuggì da quella pioggia infuocata e, raggiunto il limite della prateria, osò finalmente fermarsi soffiando forte una volta o due, perché il fantasma dei fratelli, il mostro spaventevole era il loro cavallo monocolo che aveva, per un momento, perduto il suo colore bianco nel fango nero della palude dove si era sprofondato e si era a lungo rotolato prima di poter rimettere gli zoccoli all'a Sciutto. Nel rivoltarsi si era anche strappato il campano dal collo, circostanza che aveva tratto i fratelli in errore. Questo era l'occhio che brillava dietro il carro, nelle tenebre notturne, come brilla l'occhio di molti animali nell'oscurità. Ma solo dopo un po', e anche con prudenza, i fratelli osarono avvìcìnarsì a Valko e finalmente si accorsero del loro errore. Contrariati, tornarono alla capanna e finalmente, allo spuntar del giorno, s'immersero in un sonno profondo. NOTE
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Asko Korpela 20010207 (20010207) o